venerdì 19 gennaio 2018

Oltre le Discipline


Il primo giorno di scuola, come sempre, ho incontrato i miei alunni di tutte le classe ed ai più grandi ho chiesto: Che differenza c’è tra un alunno ed uno studente? Mi hanno risposto occhi vispi, sguardi interrogativi e bocche mute. Allora ho aggiunto: Chi è un alunno? Ora, prontamente ed in coro: Chi va a scuola! Ed io: Bene. Ora, ditemi chi è uno studente. Ancor più prontamente, rincuorati, dicono: Chi studia! -E adesso ditemi: ogni studente è un alunno? E loro: Si, per forza! -Ed ogni alunno è uno studente? Qui le voci si sono confuse e qualcuno ha scosso la testa; qualcuno diceva: Si, certo! altri opponevano: No, non tutti studiano... Allora io ho raccontato loro di come la condizione dell’apprendere, cioè il bisogno di sapere, sia connaturato all’essere umano, sia un bisogno. Tutti vogliono imparare, ma a volte ci sono degli accidenti che lo rendono più difficile per alcuni; e maestri, professori e dirigente hanno proprio la funzione di accompagnare ciascuno nella ricerca del piacere di sapere; e per tutti coloro che fanno più fatica, che hanno modi e tempi originali per imparare, o a cui qualcosa è andato storto, insieme alla famiglia cerchiamo di trovare il modo giusto, il modo possibile per riportare la gioia di apprendere in ciascuno. Già. Come sempre, la magia della relazione in aula, si è compiuta.
E quello scambio di parole ha generato pensieri e altre parole con docenti, genitori, ragazzi grandi nelle scuole superiori: tante volte ne ho ragionato nelle situazioni e nei contesti più svariati. L’idea che la scuola non ha valore in se’, ma vale perché prepara al dopo, non è assolutamente condivisa. Spesso, troppo spesso, l’attenzione è al contingente: al voto, alla fatica da evitare... Spesso, troppo spesso le riflessioni e le richieste che intercettiamo sono miopi, non guardano al futuro, come se i bambini e i ragazzi dovessero rimaner tali per sempre. Un esempio paradigmatico di questo è quello della mamma che chiede ostinatamente che i suoi due gemelli possano frequentare la stessa classe. Senza citare studi, statistiche e ricerche, i nostri pareri contrari, volti a scoraggiare tale richiesta, rimandano all’opportunità di lasciare che ciascuno dei due, ogni giorno tornando a casa, abbia qualcosa di originale da raccontare, di cui è stato protagonista e che abbia uno spazio personale per fare le esperienze possibili senza occhi troppo attenti addosso...essere capaci di valorizzare in ogni istante che i due gemelli sono persone diverse, che la già naturale competitività e conflittualità fraterna è da mitigare non da alimentare (psicoanalisi docet). Per rimanere nel paradigma tante (troppe) volte ci capita poi di ritrovare la stessa mamma, al momento dell’iscrizione alla media,che chiede: inseriteli in classi diverse, per favore; voi e il pediatra avevate ragione, ho sbagliato, non immaginavo...quella mamma era stata miope, riusciva solo a vedere i vantaggi immediati: gli stessi compiti, gli stessi gesti, gli stessi orari per i due bimbi e non riusciva a capire che il tempo dell’infanzia è solo una breve, intensa, irripetibile occasione per imparare come capire il mondo. Non si tratta di andare a scuola, di vivere l’esperienza come necessaria od anche importante. Si tratta di pensare gli anni della formazione scolastica, fino all’esame di maturità, come un percorso di formazione alla vita, come un training che serve per affrontare la vita vera. La scuola è un microcosmo sociale; il suo compito è quello di formare le donne e gli uomini all’esercizio autentico della cittadinanza. Nelle nostre scuole, noi prendiamo bambini e dalla terza classe della secondaria di primo grado dobbiamo far uscire studenti, cioè persone capaci di studiare. Cosa vuol dire oggi essere studenti? Significa essere consapevoli rispetto al compito, saper organizzare autonomamente il proprio tempo, saper comprendere i propri bisogni, saperli manifestare e soprattutto, conoscersi. Capire come si può fare, quali sono le strategie e gli strumenti, in quale modo far meglio; si tratta di conoscere il proprio stile cognitivo e di costruirsi originalmente il personale metodo allo studio. Ci sembra che la scuola primaria debba assolvere una funzione specifica: i maestri non devono più trasmettere contenuti tout court, ma creare le condizioni per far scoprire come si fa (e in quanti modi lo si può fare) a riformulare un testo, a montare le parole, a raccontare, a usare la logica e il problem solving, a parlare con le parole del mondo. Servono ambienti organizzati per la manipolazione cognitiva, con setting attrezzati e proposte didattiche costruite su compiti di realtà e su obiettivi formativi. Gli specifici disciplinari –linguaggio specifico, contenuto, metodologia, strumenti- diventano funzionali ad acquisire la capacità di comprendere come si impara e, mentre spesso le informazioni si dimenticano, quando si impara ad imparare, si interiorizzano e si padroneggiano i fondamentali delle discipline (i verbi, le tabelline...) e studiare sarà aggiungere sapere su sapere, sistematicamente, per tutta la vita. E più intense sono le simulazioni, più sono vicine al vero, più sono complete e chiare, più sono operative, più entrano nel vissuto e aiutano a crescere. L’enorme mole dei Saperia ccumulata dall’intelletto dell’uomo, assolutamente non possedibile da una singola persona obbligano ad una ridefinizione della funzione didattica, non più centrata sull’insegnamento di porzioni di conoscenze il cui accumulo determina la cultura ma puntata sull’apprendimento, sulla costruzione della capacità di imparare. Perché abbiamo bisogno di menti elastiche e colte che sappiano utilizzare tutto il proprio potenziale creativo per inventare il futuro che, ignoto e imprevedibile per definizione, a volerlo immaginare lascia intuire solo una ipercomplessità e frequenti cambi di paradigma funzionali e mentali. Tuttavia, i giovani devono possedere gli strumenti per governare tale complessità e la scuola di oggi dovrebbe superare l’idea classica e tradizionale di percorrere tutte le tappe disciplinari in maniera cronologica e statica, obiettivo peraltro pretenzioso e irraggiungibile, e che finisce col privilegiare i fondamenti antichi a scapito dei saperi più recenti. Ci serve ricercare e operare cognitivamente fra le conoscenze conquistate nell’ultimo cinquantennio che costituiscono le basi delle prossime scoperte, quelle che devono vedere protagonisti i nostri ragazzi. Fornire strumenti cognitivi “attuali”, dunque; questo dobbiamo fare a scuola: avvicinarci alla vita vera, quella del mondo del lavoro , della ricerca scientifica, della scoperta usando i modi e gli strumenti della modernità .Olson nel 1970 diceva che la mente si costruisce con gli strumenti che manipola ed ogni epoca è legata agli strumenti di cui dispone . L’uomo ha costruito il pensiero adattandosi all’ambiente culturale in cui è immerso e oggi è sicuramente necessario possedere la capacità di muoversi nell’ipertesto globale utilizzando i link ed i collegamenti più veloci. La modernità richiede lo sforzo di cambiare. La cultura italiana ha visto, dalla riforma gentiliana in poi, un predominio delle discipline umanistiche su quelle scientifiche; la concezione storicamente consolidata, le considera insostituibili e solo integrabili con saperi considerati più semplici, quelli tecnici. Il retaggio gentiliano ha aumentato il ritardo della scuola italiana rispetto all’evoluzione tecnologica, in quanto ha prodotto una sorta di stereotipo secondo il quale il vero sapere è quello dei nostri padri e dei nostri nonni. Si avverte un nostalgico condizionamento che vorrebbe i nostri figli attori di una società che non c’è più. Ad esempio: si insegna a leggere e a scrivere con i fogli e le penne considerando indispensabile che i bambini nati solo 6 anni fa!, in pieno tempo tecnologico, debbano imparare esattamente come abbiamo imparato noi e, sempre come abbiamo fatto noi, solo successivamente sostituiscano gli strumenti. Perché ancora si considera la competenza tecnologica come qualcosa di staccato, di extra, da imparare dopo (come abbiamo fatto noi…) ignorando che l’uso delle TIC ha radicalmente cambiato le strutture cognitive della scrittura, della lettura, del calcolo. Da ciò si avverte l’inadeguatezza di ancora un’ampia parte di docenti rispetto all’apprendimento con i nuovi strumenti ed i nuovi alfabeti. L’intervento didattico che opera sui compiti di realtà o addirittura sui compiti autentici deve servire a far cogliere allo studente via via le insufficienze del modello che utilizza, a provocare il conflitto cognitivo che determinerà l’esigenza di incrementare le conoscenze necessarie e a modificare il proprio schema cognitivo. La proposta è quella di rovesciare l’impianto, privilegiando le didattiche attive e l’uso dei mediatori di soglia, applicando la didattica laboratoriale. Si impara facendo nei laboratori didattici, si impara a studiare acquisendo il rigore metodologico dello studio, ma si deve avere un’idea da seguire; i docenti devono aiutare a capire. Attraverso la didattica di laboratorio e il privilegiare l’esperienza di apprendimento per metodica induttiva si riesce a rovesciare il sistema tradizionale di apprendimento fondato sull’acquisizione ei principi teorici (pratica possibile solo per chi è dotato di intelligenza gnoseologica). Operare sul caso concreto permette a ciascuno di imparare facendo e solo successivamente, in adeguati momenti di debriefing, raccogliere informazioni per astrarre principi e teorie; in questo modo TUTTI imparano. Chi è dotato per la riflessione e chi è portato per la pratica. AL Comprensivo Falcone di Copertino, la scuola che dirigo da dieci anni, abbiamo trovato il modo di applicare questi principi attraverso la costruzione di un modello che abbiamo chiamato Oltre le discipline. Si tratta di un framework organizzativo che permette la realizzazione di un impianto che supera la tradizionale didattica per contenuti a vantaggio della didattica per competenze, uno strumento che permette di controllare l’organizzazione curricolare in tutte le sue fasi, integrando nel solo orario curricolare l’attività specifica di ogni disciplina affidata al singolo docente e l’attività multidisciplinare realizzata dal team di docenti. Ciò permette di non frammentare l’apprendimento in rigidi segmenti disciplinari e di rispettare lo studente/Persona in apprendimento e la sua unicità. Il bisogno è stato quello di migliorare/ridefinire l’insegnamento senza alterare la struttura organizzativa tradizionale, costituita da classi, orari settimanali dei docenti da contratto (18 h/cattedra per la secondaria, 22 per la primaria e 25 per l’infanzia), tempi di programmazione codificati e attività di non docenza nelle 40 ore annue. Abbiamo lavorato sulla programmazione delle attività, sia quella disciplinare (nei Dipartimenti) che determina i curricoli per ogni disciplina, sia su quelle pluridisciplinari (nei Consigli) per la definizione dei curricoli trasversali di cittadinanza. In particolare abbiamo studiato per essenzializzare i curricoli disciplinari, individuando i saperi fondanti di ogni disciplina e spostando l’attenzione dai contenuti alle abilità cognitive, secondo questo diagramma a V che viene utilizzato da tutti i docenti del comprensivo, dalla scuola dell’Infanzia alla Secondaria di 1° che prevede, raggruppati in 8 moduli, una serie di abilità cognitive fondamentali che vengono inserite nelle singole UdA. La logica è che i saperi disciplinari servono per conquistare abilità cognitive e questo ci ha permesso di liberarci dai lacciuoli del programma e di superare la logica tradizionale. Praticamente i docenti lavorano in questo modo: a) nei Dipartimenti disciplinari essenzializzano i curricoli per ciascuna disciplina individuando i saper essenziali , quelli imprescindibili che TUTTI gli studenti devono possedere (le tabelline, i verbi, gli schemi motori di base, le note musicali, ecc.) e per i quali apprendimenti è necessario prevedere interventi didattici che utilizzano mediatori di soglia ; b) in Collegio si concordano le linee progettuali d’istituto; c) nei Consigli si programmano le Unità d’Apprendimento di tipo A disciplinare (per la conquista di quelli che chiamiamo saperi tecnici) e di tipo B trasversale (i laboratori delle competenze); d) il singolo docente stabilisce, in funzione del proprio gruppo classe, (caratteristiche degli alunni, annualità, stabilità delle relazioni, continuità dei team docenti, ecc.) come distribuire l’orario settimanale per lavorare sulle UdA di tipo A e di tipo B, e) i prodotti di tutte le UdA vengono presentati alla mostra finale (assolvendo alla funzione dell’autovalutazione e della valutazione esterna).   La funzione dell’insegnamento è quella di guidare all’uso degli oggetti culturali per permettere la costruzione di schemi cognitivi per l’apprendimento. A scuola il setting didattico è un ambiente controllato per definizione; è una situazione per toccare con mano, provare, imparare a usare e a fare, il maggior numero di cose possibili, rispetto a saperi disciplinari ben codificati e posseduti dai docenti. Si tratta di non trascurare, in primis, la fase di ricerca delle precedenti esperienze già realizzate e facilmente reperibili, utilizzando tutti i canali possibili: dalle fonti dirette ai saggi letterari, alle ricerche scientifiche, al reperimento di informazioni in Rete. Quindi le esperienze didattiche seppur, come già affermato, abbondantemente controllate, non possono essere mere riproduzioni di percorsi già compiuti, di lavori già realizzati; lo studente (e i docenti) devono agire da “ricercatori”, imparando a documentarsi per acquisire il sapere già prodotto e tendere ad esperire situazioni nuove, a scrivere nuove pagine di didattica attraverso itinerari originale e, pertanto, fortemente stimolanti. Ci serve riorganizzarci per puntare l’obiettivo di formare studenti orientati che si conoscono e si apprezzano ed in grado, domani, di compiere consapevolmente le scelte ed affrontare il futuro da cittadini laboriosi e creativi. Ci servono giovani con la testa ben fatta e non ben piena: lo slogan di Morin è noto nelle scuole, ma in troppi casi tale conoscenza non ha generato alcun cambiamento nella metodica d’aula; assistiamo ancora, in docenti più o meno consapevoli, a superficiali stereotipie didattiche, soprattutto nelle scuole secondarie superiori e in modo particolare nei licei. Quindi, poiché non è più utile la trasmissione di contenuti, è necessario ripensare i nostri curricoli e promuovere strategie educative e didattiche per promuovere l’Orientamento formativo che inizia col primo giorno di scuola e non finisce mai. Gli strumenti normativi ci sono tutti; quello che serve è un rovesciamento di paradigma. L’esperienza della nostra scuola dimostra che il cambiamento è possibile e che si fonda –quasi esclusivamente- sulla professionalità dei docenti. Per agire da ricercatore il docente deve studiare e inventare. Nel processo di cambiamento il contesto diventa strategico e gli Istituti Comprensivi si offrono come tali poiché e presente il valore aggiunto della Continuità. Intorno ai tavoli di ricerca di un Comprensivo siedono le professionalità sensibili dei docenti dell’Infanzia, i metodologi della Primaria ed i tecnici disciplinaristi della Secondaria. Quando si lavora insieme per un obiettivo comune e condiviso (che per noi è stato Oltre le Discipline) allora la contaminazione diventa elemento prezioso e il contributo di ciascuno diventa fondamentale. Così le tecnologie sono integrate alle esperienze di manipolazione prassica e cognitiva perché ogni grado scolastico riporta al gruppo le proprie peculiarità e la Continuità diventa costruzione di didattica integrata che guarda al nuovo e recupera ogni forma possibile dall’esperienza. Creare una nuova scuola? Certo. Ma su solidi principi dalla matrice più classica: sul frontone del tempio di Apollo l’oracolo di Delfi ammoniva: Nosce te ipsum. Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’universo. Ornella Castellano   Un esempio: -Pacchettizzazione oraria carico disciplinare

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